domenica 5 febbraio 2017

Tanti auguri a me!

E' il primo Saudi-compleanno e come non invitarvi a festeggiare con me? Virtualmente vi ringrazio tutti di aver vissuto con me tante esperienze diverse ed interessanti!
C'è ancora tanto da mettere nero su bianco e l'avventura continua con il quotidiano del giorno dopo giorno. Gli spicchi di questa torta sanno ancora di dolcezza e di voglia di assaporare.
Allora ho deciso di scrivervi di qualche curiosità, di qualche banalità che ultimamente mi ha fatto sorridere, ma che serve a capire quanto radicalmente la religione entri in ogni spazio della vita personale e pubblica di un saudita.

Ero appena all'ingresso di un mall e mi imbatto nel manifesto degli orari di apertura e chiusura delle attività commerciali all'interno. Starete pensando che siano omesse le cinque chiusure quotidiane per preghiera, ebbene sì, ma c'è anche dell'altro: una sorta di avvertenza sul decoro dell'abbigliamento e della lunghezza dei capelli!
Sarebbe un po' la fortuna di una persona calva!
 
Sempre all'interno dello stesso centro commerciale ci dirigiamo verso la gelateria italiana migliore della città. Vanta di aver ricreato anche un'ambientazione che possa ricordare alcuni dei luoghi della costiera amalfitana più belli. Ebbene, se si decide di appendere un poster della piazza di Amalfi, non può mancare il duomo, ma è opportuno cancellare e censurarne la croce!

Partecipo ad una chat di gruppo delle donne che abitano nel mio compound. In realtà ci sono più gruppi, nello specifico, quello di cui vi voglio parlare, è stato predisposto per mettere in vendita oggetti nuovi e mai usati oppure oggetti artigianali, o ancora cibo. Ad esempio, oggi decido di cucinare una torta e metto in vendita le fette che penso non saranno mangiate. Un giorno,  leggo di un integratore vitaminico, che, a quanto pare, sembra sia difficilmente reperibile in Arabia. La persona che si occupava di rivenderlo diceva che sarebbe stato acquistato negli Stati Uniti e che, se c'erano degli acquirenti interessati, potevano prenotarlo e riceverlo da lì ad un mese. Preciso che la venditrice è musulmana, ma in tutta risposta viene subito precisato che queste vitamine non vengono vendute in Arabia perché potrebbero contenere gelatina di maiale e quindi sono "haram", termine che vuole significare un qualcosa di peccaminoso per la religione islamica. La venditrice ribatte subito, infatti, di aver già esortato la persona negli Stati Uniti a verificare che non fosse presente.

 
Mi trovo a passeggiare lungo i corridoi di Ikea e sembra quasi di sentirmi allo store espositivo di Roma, perché rivedo la cassettiera, la scrivania e le librerie "Liatorp" che comprammo per arredare lo studio. Se non fosse che poi alcuni angoli di arredamento sono studiati per i gusti estetici dei locali e allora ti trovi davanti qualcosa di diverso!

Se non fosse che a camminare lungo i percorsi obbligati tra un settore e l'altro siamo tra i pochi europei presenti. Davanti a me cammina una signora piuttosto in carne. Sicuramente l'obiettivo "taglia curve" dell'abaya non aiuta a snellire, se non fosse per il nero, ma la signora aveva davvero una circonferenza vita molto grande. Allora comincio a sospettare che sotto l'abaya queste donne possano nascondere tutta la loro vita, oltre che un abbigliamento volendo dimesso di cui nessuno si accorgerebbe. Ad un tratto la vedo camminare ancora più goffamente a ed inciampa in una coperta che le scende al di sotto della lunga veste! Potremmo quasi parafrasare "sotto il vestito di tutto!!!".
Un giorno mi trovo in una sala d'attesa rigorosamente per donne e non posso guardarmi intorno per scrutare con curiosità cosa stiano facendo. Causa la globalizzazione, come dovunque, la maggior parte di loro è con il proprio smartphone in mano. Quindi, a sguardo basso, ognuna di noi è intenta a leggere, chattare, giocare. Ad un certo punto si sente il rumore di un respiro profondo, come di una persona caduta in un sonno profondo. In poco tempo questo rumore va in crescendo, si sente una donna che russa e ruba qualche goffa risata di sottofondo. Il bello è che il rumore proveniva da una donna con il niqab integrale, quindi serena che nessuno l'avrebbe osservata! Da quel momento non faccio che pensare a quanto buffa invece possa sembrare io che mi addormento a bocca aperta, specialmente quando mi capita di viaggiare in aereo di notte!          

Il mio è stato solo un raccontare con leggerezza di fatti quotidiani, che possono farci sorridere, ma che sono anche molto seri, se guardati dal punto di vista di un religioso ortodosso. Spero di non essere sembrata irrispettosa, ho solo voluto condividere l'osservazione di distanze culturali anche su cose più semplici, ma vive! Ed eccomi allora a dire la mia su quanto pubblicato ultimamente sui social dell'esperienza della giornalista Flavia Piccini ed il suo aver sperimentato ed amato il burqa. In sintesi, la scrittrice in uno dei suoi viaggi si reca a Kuwait City e decide di andare nel souq ad acquistare un burqa. Lo indossa e fa delle riflessioni circa questo indumento, cioè di quanto sia agli antipodi con l'eccessivo accento posto, nella nostra cultura, sull'apparenza. Lei sostiene, infatti, che occorrerebbe "imparare a concentrarci su noi stessi e non sull'abito/aspetto/percezione che diamo e che siamo". Quello che credo è che dovremmo rapportarci gli uni gli altri con grande rispetto reciproco. Ahimè non condivido l'amore per il burqa, forse perchè, volente o nolente, sono figlia di quella cultura che riconosce l'io attraverso il "tu", ovvero la percezione che gli altri hanno di te. Per me, "mostrarsi" è  cura di se stessi perché ci si vuole bene, per rispetto della propria dignità. Ma sono d'accordo che non è necessario dover costantemente accendere i riflettori e mettersi in vetrina!  

Una mattina durante una passeggiata lungo la corniche vengo fermata da una volante della polizia. Ecco che i battiti cominciano ad accelerare, forse per il pregiudizio che siano l'organo rappresentativo di uno dei paesi più rigidi del mondo. Mi preoccupo su cosa dovrò dire o su quali documenti mi chiederanno di esibire.  Al contrario si avvicinano per chiedermi cosa stessi facendo e di quale paese fossi originaria. Al di là del fatto che non so spiegarmi, ma ho riscontrato una diffusa simpatia per l'Italia, quasi sia la chiave per ricevere un atteggiamento più disponibile da una qualsiasi controparte saudita, dal venditore che contrattando ti fa più sconto, al medico che ti fa l'occhiolino dicendo di non preoccuparti per le tue condizioni di salute... alla polizia appunto. Continuano chiedendomi se mi piacesse il paese e cosa mi piacesse di questo mondo musulmano. Rispondo dicendo che quello che ho apprezzato di più è stato il mio essermi sentita accolta (contrastando quella che era la mia stereotipata idea di un popolo integerrimo e severo). Mi rivolgono un sorriso e mi dicono che saranno a pattugliare l'area per l'intera mattina, qualora avessi bisogno, basterà fermarli.

A distanza di un anno, eccomi qui, a sentirmi ancora benvenuta! C'è tanta distanza culturale, ma possiamo alleviarla con un sorriso!

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