martedì 28 febbraio 2017

Vi presento Al Khobar


Ho sempre pensato di volervi presentare la città dove vivo, il luogo che mi ospita da poco più di un anno: Al Khobar.
Intanto, penso sia opportuno fornirvi qualche dettaglio introduttivo. Si tratta di una vasta città situata nella "Eastern Province" del Regno dell'Arabia Saudita sulla costa del Golfo Persico. E' una delle più grandi città afferenti al "Gulf Cooperation Council", con una popolazione di circa un milione di abitanti. Insieme alle città di Dammam e Dhahran fa parte dell'area metropolitana di Dammam, la terza area più vasta dell'Arabia Saudita con una popolazione stimata intorno ai cinque milioni di abitanti.
In tempi antichi, Khobar era un piccolo porto sul Golfo Persico, un villaggio di pescatori abitato maggiormente dai membri della famiglia (intesa in senso ampio di tribù) Al Dossary. Con la scoperta del petrolio, negli anni Trenta, si è trasformata in una centro commerciale ed in un porto industriale.
 
In Italia o in altri paesi risulterebbe facile parlare di una città. Basterebbe fare un reportage fotografico dei principali monumenti, delle festività annualmente ricorrenti, dei cibi della tradizione.
 
E cosa dire di una città saudita, dove non ci sono monumenti, dove non ci sono festività, dove i cibi sono non solo quelli della tradizione, ma sono spesso contaminazioni di paesi limitrofi o cibi etnici.
Eppure un giorno apro Facebook e vedo un post condiviso dal Sig.  Muhammad Talha Mustafvi, il quale scrive:
"The place where my childhood, my boyhood echos.
The place I can never forget.
It belongs to me and I belong to it."
(Il luogo degli echi della mia infanzia, il luogo della mia adolescenza. Il luogo che non potrò mai dimenticare. Lui mi appartiene ed io appartengo a lui.)
 
Ed allega a queste meravigliose parole di forte senso di appartenenza un video. Si tratta della sua amata città, intende condividere e mostrare a tutti Al Khobar. Mi ha generosamente concesso l'opportunità di condividere, a mia volta, il video.

 
Vi chiedo di vederlo, immergetevi in questo viaggio.


Vivete la città di giorno, quando si sveglia lentamente per animarsi del commercio cittadino. E' l'attività più fervente.
E' quella del centro, la zona vecchia, dove i negozietti sono organizzati per "corporazioni". Un souq allargato dove da King Khalid Street (la via principale) le stradine si intersecano in un labirinto. E c'è la strada delle stoffe, c'è la strada dell'oro, c'è la strada delle spezie, c'è la strada dell'arredamento, c'è la strada dei giocattoli, c'è la strada dei vestiti, c'è la strada degli elettrodomestici e l'elenco è ancora molto lungo!

Ma il commercio è anche quello dei mall: dei centri commerciali più all'avanguardia, dei brand internazionali e delle griffe più esclusive. La città ospita uno dei centri più lussuosi del Middle East ed è facile comprenderlo quando si fa fatica a camminare e si pensa alla sua immensa grandezza.

 


E' la città che ospita quartieri di prestigio, l'immensa boulevard definita un po' la "Beverly Hills" di Khobar, il lusso che ostenta la ricchezza derivata dal petrolio!
 

 
Le giova il fatto di essere per eccellenza la città di confine per il Bahrein. Quando si intravede il lungo ponte, è esattamente quello dell'autostrada King Fahd Causeway, il lasciapassare verso il mondo della "perdizione"!
Vivete la città al tramonto, quando c'è il sole, grande, che si abbassa e si affaccia e si divide dietro ai grattacieli. Passeggiate lungo la corniche (il lungomare) quando il mare assume i colori cangianti del cielo che gli si specchia dentro.

E' questa la zona che più le dà lustro, un lungo camminamento lastricato, affiancato da eleganti lampioni ed alberi di palme, un grande parco antistante con giochi per i bambini e ristoranti chic.

Vivete la città di notte, quando c'è la luna che sembra cullarsi nel buio del cielo. La città si colora, vive di un battito ancora più fervente perché il caldo della giornata comincia ad affievolirsi. La città prende i colori delle luci, quelle che giocano sulle facciate degli alberghi, quelle che colorano le immagini figurative delle rotatorie, quelle estremamente attraenti delle insegne.

E' candidata a diventare una città moderna e all'avanguardia, ma ancora le manca la pulizia della finitezza. E' tutto ancora in divenire, un grande cantiere non ancora portato a termine.

Ecco cosa le auguro... Non solo che abitazioni, palazzi, ospedali, supermercati continuino a prendere velocemente forma, che si arricchisca di nuovi quartieri, che l'edilizia le doni la modernità architettonica a cui aspira, ma anche che cresca con un maggior rispetto ecologico, prendendo consapevolezza che il rispetto dell'ecosistema è parte integrante del suo sviluppo in divenire!

venerdì 17 febbraio 2017

Benedetta pioggia!

Quando si pensa all'Arabia Saudita si pensa deserto, sabbia, dune, cammelli. Il nostro immaginario restituisce idee di oasi rare e preziose, come rara e preziosa nel caldo soffocante è l'acqua.

Non è un caso che, architettonicamente, gli alcazar ospitino nei loro lussuosi cortili di ingresso delle piscine o delle fontane per celebrare l'acqua.
 
Ancora oggi, ogni pioggia è vissuta come una benedizione, è festa di ringraziamento per la sua concessione. 
Eppure "Benedetta pioggia!" può rimandare all'inverso significato di chi inveisce sottilmente! Ed è cosí!... perchè non c'è nulla di peggiore di un paese impreparato a qualsivoglia imprevisto naturale. Quando le precipitazioni interessano quest'area si crea il caos più assoluto!

Quando sull'app del meteo compaiono previsioni di questo tipo, si comincia a temere il peggio...
 
Bisogna considerare, innanzitutto, che non ci sono sistemi infrastrutturali di drenaggio delle acque per le strade: inesistenti sia i tombini che i laterali canali di scolo. Questa assenza trasforma le corsie in torrenti in piena, trasforma i sottopassi in stagni lacustri, trasforma le piazze in piscine ed i parcheggi in bacini che sommergeranno tutti gli autoveicoli che vi stazionavano.
 
La foto che segue sembra quasi una parodia...
Mio marito, ad ogni pioggia, ringrazia di avere investito in un piccolo suv, che, sicuramente, è essenziale per sfidare questa ambientazione! 
E non fosse che anche i centri commerciali tirano giù le serrande
 
e gli uffici accorciano la giornata lavorativa per spedire velocemente a casa tutti gli impiegati.
E le scuole... i genitori ricevono l'avviso di chiusura: domani si fa "virtual school", ovvero docenti ed alunni si incontrano sul web, dove vengono forniti esercizi che gli studenti svolgeranno sui loro computer direttamente da casa.
Se poi il tutto si limitasse all'esterno, ciascuno avrebbe comunque l'opportunità di rifugiarsi in casa propria, ma anche qui c'è tutto un lungo elenco di disagi che rischiano di manifestarsi: acqua che si infiltra nelle pareti, acqua che cade dal soffitto, acqua che raggiunge il livello dell'ingresso, energia elettrica che salta, connessioni interrotte.
I compound chiusi nella loro cerchia muraria rischiano di diventare dei veri e propri "water park"!
 
È una macchina che fatica a digerire questo evento, che crea enormi disagi per lo svolgimento della quotidianità e allora "Maledetta pioggia!" ci sta tutto!

domenica 12 febbraio 2017

Family reunion!!!

 
E' un peccato quando l'occhio si abitua al contesto che lo circonda, non è più così sottile ed attento a cogliere il nuovo e le sfumature. Non ne ero così consapevole, fin quando non sono venuti a farci visita i miei genitori. E' stato come rivivere le prime impressioni, la sensazione di essere in una parte di mondo così lontana... e non solo geograficamente. Queste sensazioni, dal sapore più fresco, ve le racconta direttamente mio padre...   

"Di esperienze di viaggio ne avevamo fatte, ma erano altre, per vacanza, cultura, ricongiungimenti familiari. Eh sì perché siamo una famiglia vocata all'espatrio....il fratello di mio padre emigrò in Sud Africa subito dopo il secondo conflitto mondiale. Mio fratello, allora diciottenne, lo raggiunse negli anni Sessanta. Dopo qualche anno, messa su famiglia, tornò in Italia, poi pensò bene di ripartire ed andò in Inghilterra, paese di origine di sua moglie, dove il suo ramo familiare è alla terza generazione. Il nonno di mia moglie, invece, fu impegnato per diversi anni nelle miniere di carbone in Belgio. Insomma il mondo di fuori lo conoscevamo, ma mai avremmo pensato di dover vivere una esperienza di questo genere. Un giorno Alessandro (mio marito e suo genero!) ci dice che partirà. Caspita ma allora è  destino! Si dice partire è un po' morire, morire perché nasce un uomo nuovo, in un mondo nuovo... ma per noi era nuovissimo! Allora dai a spremerti le meningi per ricordare qualcosa che tanti anni fa hai studiato, Arabia Saudita - capitale Ryad, deserto, cammelli! E' un po' troppo poco e vai a cercare notizie, ma ne trovi sempre poche! E se dici che hai figli che sono lì a lavorare, tutti ti rispondono "Ah, sì, sì, a Dubai, la conosco, bellissima!" ...forse c'è un po' di confusione! Vorresti inutilmente rispondergli: "Arabia Saudita, Al Khobar - è un altra cosa". E invece finisci col condividere, con gli eventuali interlocutori, i pregiudizi: "Arabo uguale terrorista." "Ma non è pericoloso?" "E la guerra?"
E poi un giorno siamo stati invitati ad andare. E' stata necessaria una lunga trafila burocratica per ottenere il visto, ma risolta da un agenzia di servizio collaterale all'ambasciata, solerte e veloce. Fissata la partenza, sono arrivate le raccomandazioni: l'abaya per mia moglie  da indossare ogni qual volta si è in pubblico, io invece avrei dovuto "indossare" la pazienza e la tolleranza, raccomandazione superflua,  visto che anche da noi ce ne vuole!
Quindi voliamo verso l'Arabia con la presunzione di essere "avanti", con tutti i nostri pregiudizi del caso... ed invece, oltre ad aver goduto di molte cose belle, che turisticamente parlando potrebbero offrire opportunità di business (questi luoghi non sono turisticamente sfruttati per via dell'impossibilità di ottenere il visto a tale scopo!), la sorpresa più gradita sono stati i sorrisi e la cordialità dell'approccio! Ci siamo veramente calati in ogni realtà, non abbiamo  mai avuto la sensazione di essere sgraditi, anzi forse abbiamo acceso curiosità e quando a qualcuno abbiamo detto di essere italiani potevamo leggergli negli occhi uno stupore positivo! I luoghi: il pieno deserto, con i colori delle tonalità dal beige chiaro ad un marrone scuro nei punti dove qualche pietra  di materiale più duro resiste alla erosione perenne; e poi le dune, di una sabbia finissima che ad ogni alito di vento si sposta e disegna le onde come un mare. Ci siamo abbracciati per una foto ricordo, trasgredendo, forse perché lì non è consentito in luogo pubblico, ma era il deserto, ed era un nostro sogno!


Definire le grotte di Al Haza meravigliose è sminuirne la naturale bellezza, intriganti e conturbanti allo stesso modo!

Il cibo meriterebbe una discussione a parte. La nostra cucina è tutt'altra cosa, il nostro è un "saper" mangiare. Quindi, di fronte alle pietanze aromatizzate, speziate, ti viene subito di storcere il naso! Poi ti ricordi che sei qui come ospite... e l'ospite non rifiuta mai! Al limite assaggia e poi declina! Superata la fase dell'imbarazzo, inizi timidamente gli assaggi... e scopri che è anche buono! "Aspetta cos'è?" - chiedo a mia figlia. Mi risponde "E' una semplice purea di ceci, si chiama humus. E' ottimo, vero?"
Ma anche la cabsa, riso basmati con agnello,  spiacente per l'agnello, sopratutto perché sto cercando di convertirmi ad un veganesimo discreto, ma il tutto, anche se speziato, era buonissimo!


Da bere avevamo una varietà di cocktail analcolici, al limone e menta, al melograno. Devo dire che l'assenza di vino non ha proprio pesato. Poi un  caffè al cardamomo e dolci dolcissimi, scusate ma proprio non saprei come descriverli altrimenti, ed anche realizzati con gusto al limite dell'artistico!

Con il muezzin che interrompe la giornata con il richiamo alla preghiera, ci è ritornato il ricordo di quando anche i nostri campanili assolvevano alla medesima funzione. Ora non è più così, possono servire al massimo a scandire il mezzogiorno. Qui le persone pregano veramente, mentre le nostre chiese sono sempre più vuote.
Abbiamo conosciuto Ali, un amico saudita di Hofuf, gentilissimo, ci ha accompagnato a conoscere uno spaccato di vita, guidandoci nei meandri del souq locale, tra merci impossibili accatastate in negozietti angusti, bancarelle di spezie che ostruivano i lunghi corridoi e le botteghe orafe con le porte aperte, le cui vetrine esponevano gioielli di fattura orientale di oro a 24 carati.

E ci siamo, è ora di tornare, all'aeroporto...  l'arrivederci,  la regola comportamentale per cui non ci si abbraccia né bacia, ma pur preso dalla  tristezza ho notato una scena che mi ha colpito. Degli afgani pashtun, riconoscibili dal loro abbigliamento tradizionale, erano freneticamente intenti ad incartare tantissime caramelle, e mi è venuto subito da pensare ai tanti bambini sfortunati, che crescono in un ambiente difficile, e immaginare la gioia nei loro occhi per quei doni, per la nostra cultura consumistica diventati insignificanti. Ebbene non ho trattenuto la commozione, lasciavo un pezzo di famiglia, lasciavo un pezzo di cuore, perché anche le terre lontane possono dirti qualcosa, se solo vuoi sentire..."
 


domenica 5 febbraio 2017

Tanti auguri a me!

E' il primo Saudi-compleanno e come non invitarvi a festeggiare con me? Virtualmente vi ringrazio tutti di aver vissuto con me tante esperienze diverse ed interessanti!
C'è ancora tanto da mettere nero su bianco e l'avventura continua con il quotidiano del giorno dopo giorno. Gli spicchi di questa torta sanno ancora di dolcezza e di voglia di assaporare.
Allora ho deciso di scrivervi di qualche curiosità, di qualche banalità che ultimamente mi ha fatto sorridere, ma che serve a capire quanto radicalmente la religione entri in ogni spazio della vita personale e pubblica di un saudita.

Ero appena all'ingresso di un mall e mi imbatto nel manifesto degli orari di apertura e chiusura delle attività commerciali all'interno. Starete pensando che siano omesse le cinque chiusure quotidiane per preghiera, ebbene sì, ma c'è anche dell'altro: una sorta di avvertenza sul decoro dell'abbigliamento e della lunghezza dei capelli!
Sarebbe un po' la fortuna di una persona calva!
 
Sempre all'interno dello stesso centro commerciale ci dirigiamo verso la gelateria italiana migliore della città. Vanta di aver ricreato anche un'ambientazione che possa ricordare alcuni dei luoghi della costiera amalfitana più belli. Ebbene, se si decide di appendere un poster della piazza di Amalfi, non può mancare il duomo, ma è opportuno cancellare e censurarne la croce!

Partecipo ad una chat di gruppo delle donne che abitano nel mio compound. In realtà ci sono più gruppi, nello specifico, quello di cui vi voglio parlare, è stato predisposto per mettere in vendita oggetti nuovi e mai usati oppure oggetti artigianali, o ancora cibo. Ad esempio, oggi decido di cucinare una torta e metto in vendita le fette che penso non saranno mangiate. Un giorno,  leggo di un integratore vitaminico, che, a quanto pare, sembra sia difficilmente reperibile in Arabia. La persona che si occupava di rivenderlo diceva che sarebbe stato acquistato negli Stati Uniti e che, se c'erano degli acquirenti interessati, potevano prenotarlo e riceverlo da lì ad un mese. Preciso che la venditrice è musulmana, ma in tutta risposta viene subito precisato che queste vitamine non vengono vendute in Arabia perché potrebbero contenere gelatina di maiale e quindi sono "haram", termine che vuole significare un qualcosa di peccaminoso per la religione islamica. La venditrice ribatte subito, infatti, di aver già esortato la persona negli Stati Uniti a verificare che non fosse presente.

 
Mi trovo a passeggiare lungo i corridoi di Ikea e sembra quasi di sentirmi allo store espositivo di Roma, perché rivedo la cassettiera, la scrivania e le librerie "Liatorp" che comprammo per arredare lo studio. Se non fosse che poi alcuni angoli di arredamento sono studiati per i gusti estetici dei locali e allora ti trovi davanti qualcosa di diverso!

Se non fosse che a camminare lungo i percorsi obbligati tra un settore e l'altro siamo tra i pochi europei presenti. Davanti a me cammina una signora piuttosto in carne. Sicuramente l'obiettivo "taglia curve" dell'abaya non aiuta a snellire, se non fosse per il nero, ma la signora aveva davvero una circonferenza vita molto grande. Allora comincio a sospettare che sotto l'abaya queste donne possano nascondere tutta la loro vita, oltre che un abbigliamento volendo dimesso di cui nessuno si accorgerebbe. Ad un tratto la vedo camminare ancora più goffamente a ed inciampa in una coperta che le scende al di sotto della lunga veste! Potremmo quasi parafrasare "sotto il vestito di tutto!!!".
Un giorno mi trovo in una sala d'attesa rigorosamente per donne e non posso guardarmi intorno per scrutare con curiosità cosa stiano facendo. Causa la globalizzazione, come dovunque, la maggior parte di loro è con il proprio smartphone in mano. Quindi, a sguardo basso, ognuna di noi è intenta a leggere, chattare, giocare. Ad un certo punto si sente il rumore di un respiro profondo, come di una persona caduta in un sonno profondo. In poco tempo questo rumore va in crescendo, si sente una donna che russa e ruba qualche goffa risata di sottofondo. Il bello è che il rumore proveniva da una donna con il niqab integrale, quindi serena che nessuno l'avrebbe osservata! Da quel momento non faccio che pensare a quanto buffa invece possa sembrare io che mi addormento a bocca aperta, specialmente quando mi capita di viaggiare in aereo di notte!          

Il mio è stato solo un raccontare con leggerezza di fatti quotidiani, che possono farci sorridere, ma che sono anche molto seri, se guardati dal punto di vista di un religioso ortodosso. Spero di non essere sembrata irrispettosa, ho solo voluto condividere l'osservazione di distanze culturali anche su cose più semplici, ma vive! Ed eccomi allora a dire la mia su quanto pubblicato ultimamente sui social dell'esperienza della giornalista Flavia Piccini ed il suo aver sperimentato ed amato il burqa. In sintesi, la scrittrice in uno dei suoi viaggi si reca a Kuwait City e decide di andare nel souq ad acquistare un burqa. Lo indossa e fa delle riflessioni circa questo indumento, cioè di quanto sia agli antipodi con l'eccessivo accento posto, nella nostra cultura, sull'apparenza. Lei sostiene, infatti, che occorrerebbe "imparare a concentrarci su noi stessi e non sull'abito/aspetto/percezione che diamo e che siamo". Quello che credo è che dovremmo rapportarci gli uni gli altri con grande rispetto reciproco. Ahimè non condivido l'amore per il burqa, forse perchè, volente o nolente, sono figlia di quella cultura che riconosce l'io attraverso il "tu", ovvero la percezione che gli altri hanno di te. Per me, "mostrarsi" è  cura di se stessi perché ci si vuole bene, per rispetto della propria dignità. Ma sono d'accordo che non è necessario dover costantemente accendere i riflettori e mettersi in vetrina!  

Una mattina durante una passeggiata lungo la corniche vengo fermata da una volante della polizia. Ecco che i battiti cominciano ad accelerare, forse per il pregiudizio che siano l'organo rappresentativo di uno dei paesi più rigidi del mondo. Mi preoccupo su cosa dovrò dire o su quali documenti mi chiederanno di esibire.  Al contrario si avvicinano per chiedermi cosa stessi facendo e di quale paese fossi originaria. Al di là del fatto che non so spiegarmi, ma ho riscontrato una diffusa simpatia per l'Italia, quasi sia la chiave per ricevere un atteggiamento più disponibile da una qualsiasi controparte saudita, dal venditore che contrattando ti fa più sconto, al medico che ti fa l'occhiolino dicendo di non preoccuparti per le tue condizioni di salute... alla polizia appunto. Continuano chiedendomi se mi piacesse il paese e cosa mi piacesse di questo mondo musulmano. Rispondo dicendo che quello che ho apprezzato di più è stato il mio essermi sentita accolta (contrastando quella che era la mia stereotipata idea di un popolo integerrimo e severo). Mi rivolgono un sorriso e mi dicono che saranno a pattugliare l'area per l'intera mattina, qualora avessi bisogno, basterà fermarli.

A distanza di un anno, eccomi qui, a sentirmi ancora benvenuta! C'è tanta distanza culturale, ma possiamo alleviarla con un sorriso!

sabato 24 dicembre 2016

Un augurio di speranza

Chi non si ferma verso Natale a guardare l'anno appena trascorso? Chi non si sofferma a fare bilanci? Forse potrebbe essere andata meglio, oppure peggio...
È capitato anche a me, mi fermo a riflettere e ripenso alla storia di S., una dolcissima e sempre sorridente donna eritrea. Un giorno mi racconta del suo mare, di quanto le manchi il suo paese e fin qui posso capirla pienamente, perché, pur non essendo una nostalgica, capisco che le radici sono difficili da sradicare. Mi spiega di essere venuta in Arabia insieme a sua sorella e di aver lasciato i suoi tre figli. Il marito, invece, lavora in Norvegia. Ed ha davanti a sé il suo cellulare e mi mostra le foto di un bambino piccolo, che gattona. Mi dice di averli lasciati alle cure della nonna, sicura che avranno una presenza femminile accanto. Mi parla orgogliosa di loro, gli occhi si emozionano anche solo alla vista di queste immagini! Poi si rabbuia, mi spiega che il costo del visto è diventato molto alto, che aiutare e sostenere economicamente la famiglia non è poi così facile, che non può permettersi l'acquisto frequente di un biglietto aereo per tornare da loro, pena il vanificare tutti i propri sacrifici economici. Ad un tratto le scende una lacrima, e mi dice "Ma'am" (un'abbreviazione formale di "madam") lo sai che anche quando sono con loro non si rivolgono a me per le loro richieste, io sono lì, ma loro continuano a rivolgersi a mia madre come fosse la loro figura materna di riferimento. 
La storia di S. è la storia di tanti, dei "workers" che lavorano in terra saudita, dove non serve gettare la carta in cestino perché c'è qualcuno che poi la raccoglierà, dove non serve imbustare la spesa perché alla fine delle casse c'è sempre qualcuno che lo fa per te, dove al termine della scala sociale c'è sempre qualcuno che, nella dignità anche di un lavoro molto umile, sogna un futuro migliore per i propri figli, facendo sacrifici che "noi" non riusciremmo neanche ad immaginare. 
Non a caso "choosing saudi"... Io e mio marito abbiamo scelto, ma purtroppo non tutti abbiamo delle alternative.  Da qui il mio augurio più grande, perché un domani anche i figli di S. possano avere l'opportunità di "scegliere", affinché il cambiamento non sia necessario ma voluto! 
 

giovedì 15 dicembre 2016

Roma - Oslo - Manama

Cosa significasse diversità culturale ce lo hanno insegnato tanti anni fa Richard ed Anne. Un'amicizia nata tra mio marito ed il suo "fratello" norvegese sui banchi universitari, quando venuto in Italia per l'Erasmus con la sua famiglia, significò che era accompagnato da sua moglie e Samuel, il loro primogenito.
Ci siamo da subito confrontati con questo mondo parallelo dove i giovani si potevano da subito rendere indipendenti. Noi eravamo sempre molti passi indietro, quante risate... ne uscivamo spesso retrogradi ed arretrati sotto tutti i punti di vista, soprattutto perché viaggiavamo su mondi diversi in termini di opportunità. E così abbiamo visto il nostro amico sempre con gli occhi dell'ammirazione, come chi, avendo delle grandi capacità personali, è riuscito a segnare il proprio cammino personale e professionale!
Pur vivendo in paesi diversi ci siamo spesso ritrovati ora in Italia, ora in Norvegia, per tre anni consecutivi loro hanno vissuto a Roma, poi Richard è stato nostro testimone di nozze
e la piccola Emmeline, la terzogenita, la bimba che ci ha consegnato le fedi... Hanno vissuto, condiviso con noi il nostro sogno, la nostra festa. Loro cambiano diversi paesi, L'Azerbaijan, l'Italia e poi l'Ucraina  e noi rimaniamo incollati alla nostra Italia, incollati alla nostra paura di cambiare fino al giorno in cui scegliamo l'Arabia.
Si propongono di venirci a trovare, un nuovo incontro per noi, l'approccio da vicino per loro con una nuova cultura... E non si può, le porte sono chiuse, nostro malgrado; la casa è grande, li potremmo ospitare volentieri, ma nessuna eccezione, neanche una deroga di fronte ad un passaporto diplomatico. Ma Richard è così, non desiste e allora ci incontriamo al di là del ponte. Si chiama Bahrain, fa sorridere esserci spostati solo di pochi chilometri, ma siamo in terra franca, pronti ad accoglierli. Hanno giustamente pensato di  ampliare il tour e di visitare anche le capitali di Libano ed Oman. Atterrano, infine, a Manama e ci incontriamo per un giro turistico della città.
Li andiamo a prendere in albergo e pensiamo di portarli in un locale tipico per la colazione, ed invece ci perdiamo... Ci avventuriamo in alcuni vicoli della zona centrale e meno moderna, che ci portano ad uno dei forti. Godiamo di una bella vista sulla zona desertica. La sabbia è molto chiara ed il sole la riflette lucente ai nostri occhi.

Il colore molto chiaro dell'argilla che ricopre l'edificio lo rende un tutt'uno con il contorno. Spiccano solo le palme, ci litighiamo quasi l'ombra dei loro rami...

Ma il nostro scopo era la colazione, rispondiamo ad un primo languorino grazie a una specie di pizza ripiena di formaggio appena sfornata! Camminiamo ancora un po', ma del locale di cui eravamo alla ricerca neanche l'ombra. Chiediamo informazioni e per tutta riposta, atteggiamento tipico di questa zona, per non offendere, ci vengono fornite indicazioni errate! E non è solo un simpatico gioco di parole, abbiamo "errato" invano per un bel po'! Fin quando chiediamo semplicemente se sanno indicarci un locale e, ci accomodiamo in un luogo davvero originale! Molto semplice, ma che ci fornisce del riso accompagnato da diversi tipi di carne e verdure, davvero gustoso!
Finalmente ristorati, proseguiamo il nostro cammino verso l'albero della vita,
la Grande Moschea,
ed  il lungomare.
 E' il tramonto e pensiamo di andare a visitare il souq. Cominciamo a perderci un po' all'interno, dentro i vari vicoli, ma dopo cominciamo ad accorgerci che c'è una strana atmosfera. Tutti, adulti e bambini, uomini e donne, sono integralmente vestiti di nero. Ci sono appesi ovunque manifesti neri con scritte in arabo dai colori fluorescenti e le moschee sono estremamente illuminate.
 
 
E c'è anche molta polizia in giro. Non riusciamo a capire cosa stia accadendo, non riusciamo a capire se ci troviamo in una situazione di pericolo, siamo incerti se rimanere, ma una cosa accomuna noi ed il nostro amico, siamo tutti affascinati da queste stravaganze culturali e non resistiamo ad avere delucidazioni in merito.
 
Nonostante il buio, nonostante l'abbigliamento nero, sembra un clima di festa. Ci sono molte persone e tutti risultano molto accoglienti e disponibili a darci spiegazioni. Si tratta di una manifestazione che ha luogo per l'Ashura, uno degli eventi chiave del calendario musulmano sciita. Ashura ricorda infatti l'uccisione dell'imam Hussein, nipote del profeta Maometto, avvenuta a Kerbala nel 680 dopo Cristo. La storia narra che Hussein fosse stato trucidato insieme con 72 suoi fedelissimi dagli uomini del califfo Ommayyade (sunnita), Yazid. Gli sciiti considerano il padre di Hussein, Alì, il vero successore di Maometto di cui era cugino, oltre che genero, per averne sposato la figlia Fatima.
Abbiamo capito solo a posteriori di cosa si trattasse. Bisogna considerare che la maggior parte della popolazione bahreinita si professa musulmana di orientamento sciita, mentre il potere è in mano ad una dinastia sunnita. Si trattava di un evento ufficiosamente tollerato, ed in cui siamo stati favorevolmente accolti. Non è mio scopo quello di esprimere opinioni in merito, ma voglio semplicemente raccontarvi il fatto così come si è mostrato ai nostri occhi ignari. Ci invitano innanzitutto a prendere del caffè speziato e a girare lungo i vicoli. Entriamo in una piccola piazzetta, dove si sta facendo la catechesi dei giovani. L'indottrinamento passa attraverso dei cartoni animati; i bambini vengono invitati a ripetere ad alta voce dei versi; vengono interrogati e viene premiato chi risponde in modo corretto.
 
Trascorre circa un'ora prima che l'evento abbia inizio: si susseguono diversi cortei. Aprono il corteo dapprima delle alte bandiere.

Dopo di che un gruppo di uomini si muove in circolo, guardandosi reciprocamente, uno sguardo di sofferenza, di chi vuole espiare una colpa, si battono forte il petto; forse lo sterno funge da cassa di risonanza perché il rumore sordo che producono è profondo, stanno esprimendo il loro pentimento.
 
Infine avanza il corteo più importante, quello che si autoflagella per espiare la colpa. Si utilizza una catena, o meglio un bastone da cui si dipartono più catene che vengono battute sulle spalle.
 
 
La scena è impressionante, sopratutto perché tra i partecipanti ci sono anche dei piccoli bambini.
 
Lo sbattere delle catene, il colore funereo delle vesti e delle bandiere, le litanie intonate creano un'atmosfera di vera espiazione, ma anche di costernazione da parte di chi partecipa esternamente. Un giovane accompagnatore ci spiegherà che, comunque, l'atto dell'autoflagellazione è simbolico e, di solito, non accompagnato da dolore fisico.
 
Al termine di questi cortei, ci immergiamo nel pieno della festa
 
veniamo invitati ad avvicinarci a dei chioschi che distribuivano cibi e bevande gratuiti. E' l'occasione per immergerci in un qualcosa di autentico, senza filtri e che, ancora una volta, passa anche attraverso i piatti della tradizione. Da una parte si friggono le Awwameh, le palline fritte e poi immerse nel miele e nel sesamo; da una parte si cuoce il chapati, la sottile pizzetta tonda di origine indiana;
 
da una parte si distribuisce una zuppetta di fave; e poi ancora si distribuiscono bevande dal colore rosa "barbie" dal dolcissimo retrogusto alla rosa;
 
bicchierini di latte caldo al cardamomo ed un'estesa varietà di tè con moltitudini di aromi diversi.
Eccoci amici, non siamo riusciti ad accogliervi a casa nostra, ad offrirvi una stereotipata ospitalità, ma siete stati parte integrante di un'avventura, vissuta insieme, che si è creata per caso. Avete addirittura indossato le maglie nere regaletevi da un generoso negoziante affinché poteste immergervi in questo clima. Comunque dei biondissimi norvegesi spiccheranno sempre in una folla di arabi!           

domenica 11 dicembre 2016

Quella magnifica distesa di sabbia senza confini...

Sembra opinione comune che l'esperienza più bella che si possa fare in Arabia Saudita sia quella del deserto e quindi era, pian piano, cresciuta in noi una grande voglia di avventurarci, era maturata una grande aspettativa. Purtroppo, però, non è così semplice organizzare un tour autonomamente, senza mai averne avuto esperienza, né tantomeno è facile trovare agenzie che lo organizzino come propria offerta turistica.

E poi ecco che ci arriva un inaspettato invito, Marta e Ruggiero non potevano farci regalo migliore: ci chiedono se vogliamo partecipare ad un camping nel deserto organizzato da alcuni loro amici sauditi. Forse quando si parla di organizzazione alla maniera occidentale di solito c'è già una data definita ed un planning dettagliato. In questo circostanza, la data che slittava di tanto in tanto e la destinazione che cambiava ubicazione, ci rendeva un po' scettici sull'effettiva riuscita dell'evento. Ma entusiasmati dall'idea assecondiamo lo spirito avventuroso ed, Inshallah, finalmente realizzeremo un sogno!
Un'esperienza davvero unica, riusciamo a vivere il deserto così come lo vivrebbe un autoctono. Quando pochi giorni prima Marta mi conferma che si partirà, leggiamo quanto Omar, il ragazzo che ci farà da guida, ha previsto e tutto sorprendentemente nel minimo dettaglio. Si parte di buon mattino, diversi step previsti per raccogliere tutti; esplicitati i negozi dove si andranno a comprare i felafel per la colazione (queste polpette fritte di tradizione araba costituite prevalentemente da ceci tritati con cipolla, aglio, prezzemolo e cumino); e l'acquisto di sacchi a pelo, che definirei rinforzati di lana per affrontare il freddo della notte,
 
e, per chi volesse, i farwa, i cappotti di stile beduino che indossano gli uomini per superare le temperature più rigide.
 
Ed il weekend prende inizio... Siamo gli unici che vivono un po' fuori zona, così arriviamo con calma all'appuntamento, sapendo che tanto i tempi sono sempre molto rilassati! Il taxi ci lascia al luogo dell'appuntamento ed i nostri amici arrivano con il suv otto posti affittato per l'occasione. Impieghiamo quasi quattro ore di viaggio per raggiungere il Thumamah National Park, alle porte di Riyad.
E' amore a prima vista... sembra un'infinita distesa di colore rossiccio, che appaga, sembra che dia calore, confonde la vista per le sue sinuosità prospettiche.

 

Poco prima di affrontare le dune ci raggiungono altri suv: è sempre preferibile che ci sia un gruppo di macchine in caso di problematiche varie, soprattutto di tipo meccanico! Si abbassa la pressione delle gomme e si va, alternando spinte pazzesche sull'acceleratore per affrontare le salite sabbiose senza rischio di scivolare indietro. Bisogna essere allenati per  capire come aggirare le curve o come non ristagnare o affondare in caso di ripartenza. Giungiamo comunque in una sorta di "baia", conosciuta dai ragazzi ed al riparto dai venti, dove cominciamo ad allestire l'accampamento. Innanzitutto si tira su la tenda, dove dormiranno i non temerari della notte.
 
Una delle mie più grandi perplessità era legata al contatto con la sabbia: al come saremmo riusciti a destreggiarci per ben due giorni con questi granellini che sarebbe finiti ovunque! Ecco una delle prime cose che mi ha stupita: non è necessario calzare scarpe da trekking, si può camminare a piedi nudi e la sabbia facilmente scivola via. E quindi il nostro inutile acquisto viene presto abbandonato per godere di questa libertà! Lo vuoi sentire sotto i piedi, lo vuoi osservare in tutte le direzioni e perderti con la vista verso l'immenso!
 
Ed ecco che poi si scaricano e si srotolano i tappeti ed alcuni cuscini rigidi, che nella tradizione araba servono per adagiarcisi quando ci si stende. Contemporaneamente viene allestita la cucina da campo ed il nostro cuoco si appresta a preparare il pranzo!
 
Ci aspetta il piatto tipico saudita, la kabsa: tutti intorno al grande piatto di riso, che ospita al centro la carne.
 
La tradizione vuole che il tutto venga mangiato con le mani, ma, gentilissimi, ci forniscono dei cucchiai perché immaginano la nostra difficoltà di afferrare il riso senza spargerlo sul tappeto prima di farlo arrivare alla bocca!!!
 
Si capisce che la cucina non è improvvisata, anche il cibo, per quanto gli strumenti siano arrangiati, è davvero molto gustoso! Lo apprezziamo tutti davvero volentieri!
C'è chi fa una passeggiata, chi cerca di immortalare questo spettacolare paesaggio nei propri fotogrammi, chi cerca di dilettarsi nel drifting (la guida) tra le dune, fino ad agganciare alla parte retrostante della macchina un sacco a pelo per fare un più spericolato sliding curvilineo!

Prima che le luci della giornata si affievoliscano, scorgiamo in lontananza un branco di cammelli che ritorna probabilmente dal pascolo.

Pian piano comincia a scendere questo sole immenso, il cielo comincia ad assumere le mille sfumature del tramonto.
 
Non c'è più la luce accecante che riflette la tua ombra sulla sabbia... i contorni si confondono, tutto diventa man mano più buio ed ecco che inizia un altro grande spettacolo, quello del cielo stellato notturno.
In realtà sono soltanto le sei, è tempo di accendere il fuoco, di mettersi tutti intorno, di deliziarsi di tè alla menta, di caffè al cardamomo, di latte allo zenzero, di raccontarci, di scoprirci affascinati gli uni della cultura e dei luoghi degli altri, curiosi ed interessati all'incontro!
 
Man mano ci si ritira nei propri sacchi a pelo, i più temerari resistono e riescono anche a godersi un buon barbecue.   
Il quadro è colmo: c'è il crepitio del falò, il profumo delle spezie contenute nelle bevande, il fumo del narghilè, il cielo stellato sopra di noi... E' estasi a cui affidare i propri sogni!
Ci si risveglia ai primi chiarori, quando la luce del cielo comincia a far brillare la sabbia. Le fiamme vanno rinforzate, il fuoco riprende corpo, siamo pronti per la nuova giornata.
 
Lasciamo ancora che le nostre orme solchino dei cammini lungo queste immense distese, veniamo colpiti dalla rarissima vegetazione che incontriamo.
 
Ci organizziamo per ricaricare le macchine, la spedizione si conclude, ma il bagaglio rientra più pesante, arricchito di un'altra nuova grande passione!
 
Decidiamo di proseguire verso un sito divenuto Patrimonio dell'Unesco, il quartiere di Turaif di Dir'iyya, sede originale della Dinastia Saudita e capitale dal 1744 al 1818. Vale la pena visitare questo luogo per avere un'idea di come fossero gli antichi villaggi arabi. Si tratta di case e palazzi in argilla, circondati da alte mura di cinta, ristrutturati di recente, da cui si può respirare aria di tempi lontani.   
Nonostante sia un luogo commercialmente sfruttato per locali e negozi, vale la pena perdersi in questa un'area rocciosa ma circondata dal verde del parco e all'ombra delle palme, per assoporare un po' del passato e dei fasti dell'antica regalità.