martedì 11 ottobre 2016

Giappone: luoghi d'incanto.

Devo dire che ciò che rende fortunati me e mio marito è anche il fatto di condividere il nostro percorso di vita con tanti amici, alcuni dei quali davvero appassionati di Giappone! Non sarebbe stato lo stesso viaggio se non avessimo seguito i loro consigli (Stefano in primis!!!). Quindi la scelta delle tappe è stata condizionata da chi prima di noi ha visto dei luoghi incantevoli. E così sia: Nikko!

A due ore di distanza da Tokyo incontriamo Nikko. Nonostante fossero ancora i primi giorni del nostro soggiorno in terra nipponica, abbiamo compreso che sarebbe stata una "climbing holiday"!!! Quando si arriva in stazione, si sa di dover spesso raggiungere un luogo situato in altezza, quasi metafora di doversi conquistare la possibilità di ammirare luoghi tanto affascinanti! Anche il clima, davvero molto umido, spesso appesantisce l'affrontare la salita, eppure regala quella sfocatura al paesaggio che sembra di vivere all'interno di un mondo immaginifico, onirico.

La prima attrazione di Nikko è il ponte rosso sul Fiume Daiya, ricostruzione di quello originale del XVII secolo. La leggenda narra che l'eremita che fondò questo centro religioso venne portato al di là del fiume da due serpenti.
Dopo essersi inerpicati lungo questi sentieri naturali, si arriva all'edificio più importante di Nikko, il mausoleo Tosho-gu, costruito nel 1634. Vi hanno lavorato oltre 15.000 artigiani, che hanno laccato, dipinto, intarsiato, decorato e scolpito per due anni per creare questo meraviglioso complesso!
All'interno di può ammirare una pagoda di 5 piani costruita nel 650.
L’Omoto-mon, è l’ingresso vero e proprio che si incontra dopo la pagoda ed è presidiato da due statue dei re Deva.
Dopo si trovano 3 magazzini sacri, la fonte sacra per lavarsi le mani, ricoperta da un tetto stile cinese,
e la Shinkyusha, la stalla sacra, con la famosa scultura delle 3 scimmiette non vedo, non sento, non parlo. Io e mio marito ci siamo concessi un po' di ilarità (come nella foto che segue)!
In realtà queste tre scimmie insieme danno corpo al profondo principio proverbiale del "non vedere il male, non sentire il male, non parlare del male".
La bellezza di questo luogo è indescrivibile, la ricchezza artistica lascia stupefatti. Una delle cose che colpisce di questo santuario è il suo essere una macchia di colore immersa nel verde. Il colore rosso è preponderante ed ha anche un importante significato culturale. Il rosso, aka, per i giapponesi è luminoso, brillante e si contrappone al nero. E' il colore che rappresenta il sole (vedi il cerchio rosso della bandiera che simboleggia il Sol Levante). E' un colore di buon auspicio e felicità!
 
L'altro santuario che abbiamo visitato è quello di Taiyuin-byo, dedicato al nipote di Ieyasu ed immerso nel bosco. Meno affollato di turisti, permette di godere maggiormente delle suggestioni del luogo.
La natura imperante tutto intorno ci convince ad allungare la nostra esplorazione, così ci dirigiamo verso le Cascate Kegon. Saliamo su un autobus che affronta a fatica i tornanti in salita e ci ritroviamo in alta montagna, con piccoli villaggi. Raggiungiamo la nostra meta e, prendendo un ascensore, si accede ad un punto panoramico da cui è possibile osservare le cascate in tutta la loro maestosità.
Il tramonto giunge veloce, il cielo piuttosto adombrato lascia filtrare una flebile luce, che comunque arriva a creare e a regalarci uno spettacolo straordinario. Sulle acque del lago poco distante si creano riflessi cangianti ricchi di innumerevoli sfumature!
 

domenica 9 ottobre 2016

Sentire la spiritualità: Tokyo e i suoi tempi


Questo non vuole essere il mio diario di viaggio, di cui il web è ricchissimo, quanto piuttosto un "brain storming" tematico, legato alle esperienze fatte nei diversi luoghi.
La spiritualità giapponese ci ha affiscinati sin da subito, forse proprio per il notevole contrasto che si vive a Tokyo. Da una parte la moltitudine di gente che percorre le strade affollate, la modernità dei grattacieli che spiccano in altezza, le luci coloratissime delle insegne notturne, e poi ecco che poi incontri delle "oasi": natura, tranquillità, pace e tutto assume un senso diverso. Che sia un tempio buddista o un santuario shintoista si ha sempre la sensazione che il luogo rimandi ad una meditazione interiore.
E' quanto avvenuto a Meji Jingu, il tempio shintoista più importante di Tokyo. Si passa sotto il grande tori, il tradizionale portale d'accesso all'area sacra, e si attraversa un ampio e lungo viale alberato, quasi ad indicare il passaggio da ciò che è quotidiano, caotico, stressante, a ciò che è silenzioso, quieto, mistico.
 
Come in molti luoghi sacri, il primo rito è l'abluzione.
 
Acqua per purificarsi: si raccoglie con un mestolo e ci si sciacqua prima la mano sinistra, poi la destra ed infine la bocca (sputando l'acqua all'esterno della vaschetta, in un sistema di scolo posto tutto intorno).
Inizia il dialogo con le divinità: tavolette in legno appese, dove solitamente sono scritti messaggi, desideri o ringraziamenti, così come avviene con le tanichette di sakè.    
Di solito è possibile, in cambio di un'offerta, prendere all'interno di un contenitore un foglietto della fortuna. In questo tempio il messaggio era sostituito da una poesia, composta dall'imperatore Meji. E quante le emozioni che mi ha regalato questo pensiero:

"Lascia che il tuo cuore sia splendente e trasparente come il sole che sorge. Sii, infatti, felice di essere colei che porta agli altri, attraverso le proprie azioni della vita quotidiana, la pacifica freschezza dell'alba!"

In segno di rispetto la parte più sacra del tempio non è fotografabile, e ci si accosta silenziosamente per pregare. La preghiera segue uno schema ben preciso: ci si inchina due volte, si battono le mani per due volte e, terminato il raccoglimento, ci si inchina di nuovo.  
Raccoglimento, meditazione, preghiera sono un accadimento ineludibile in questo luogo. Non è il tempio in sé, è il percorrere lo spazio che lo circonda, attraversare i viali alberati, è osservarne la fioritura, è sentire il profumo che maturano, è ascoltare il cinguettio degli uccelli. E' così che i parchi sono parte integrante del sacro,  sono i giardini, gli acquitrini, i bonsai...
E poi le ninfee: il fiore di loto, tanto caro al simbolismo buddista per via del suo affondare le radici nel fango, di distendersi sulla superficie delle acque stagnanti, uscendo da esse immacolato e bellissimo. E' il simbolo di chi vive nel mondo senza esserne contaminato.
E sempre a Tokyo il tempio buddista del Senso-Ji, uno dei più famosi della città, che nonostante la pioggia, era davvero molto affollato.
 
L'imponente portale, che si distingue dal tori shintoista...
 
Questa volta un rituale che sa di profumi: è possibile acquistare dell'incenso, accenderlo ed inserirlo all'interno di un grande braciere. Il gesto finale è quello di accompagnarne il fumo verso il proprio corpo, così da poterne trarre giovamento fisico.
 
Riproviamo anche il bigliettino della fortuna. Lo prende mio marito, ma il messaggio non è beneaugurante questa volta, così ci spiegano che è possibile annodarlo, la divinità porrà il suo intervento per far volgere al meglio la situazione!
L'intervento divino sul futuro, mentre noi ci lasciamo avvolgere dal qui ed ora di un incantevole parco...
 

martedì 4 ottobre 2016

Giappone: è solo questione di diversità!

Sono stata a lungo a pensare se parlarvi della mia esperienza estiva in Giappone. Mi chiedevo se avesse attinenza con le tematiche del blog... In fondo credo siano pagine di questa avventura più ampia e di confronto con la diversità di queste culture. Un viaggio che vi racconterò attraverso non solo i luoghi, ma le emozioni, le avventure e gli incontri che ci ha regalato!
 
Arriviamo in serata a Tokio e, dato che il nostro albergo risulta abbastanza centrale ci riserviamo una passeggiata nel quartiere. Siamo a Shinjuku e camminare lungo le sue vie significa subito godere del fascino della metropoli notturna, ricca di luci e di immense insegne colorate.
Da subito la prima atipicità: le insegne sono tante, accecanti e questo perché, essendo una città sviluppata in altezza, significa che ogni edificio ospita più locali e negozi. Spesso si entra in un ingresso dove si trova semplicemente l'ascensore, che poi porterà al locale prescelto. Anche qui non mancano personaggi che cercano di attrarre clientela e spesso lo fanno facendo oscillare in aria enormi cartelloni, oppure utilizzando delle ragazze che vestono alla maniera dei manga (il tipico fumetto giapponese).       
Come scegliere il locale dove mangiare? Attraverso un sistema che definirei "user friendly"!!! Hanno messo il cibo in vetrina! Delle vere e proprie riproduzioni in plastica dei diversi piatti serviti all'interno.
 

Non è geniale? Man mano che il mio racconto prenderà forma, capirete che questo popolo è quanto di più efficiente e comunicativo.
Ma Shinjuku è anche il nodo nevralgico de negozi di elettronica. Inutile dirvi cosa significhi entrare in un negozio, che non è un negozio, ma un insieme di piccoli venditori ciascuno specializzato in un settore.
E poi giri l'angolo, a poca distanza una strada dal mood romantico, che ti riporta indietro nel tempo, ad un Giappone più tradizionale.
Non ci sono più le insegne coloratissime, siamo quasi in penombra, solo lanterne appese ai muri; i locali sono molto piccoli, giusto lo spazio di un bancone e pochi sgabelli per degustare un drink.
Pochi passi e stanno girando un film: una scena d'amore. Ci lasciano osservare: il ciak, gli attori, le loro battute... sebbene non sia possibile afferrare cosa stiano dicendo, siamo già parte di questo filmogramma: il nostro!
 

lunedì 8 agosto 2016

Bianco candore maschile

Mi sembra giusto, dopo aver dedicato due post all'abbigliamento femminile, per par condicio, dedicarne uno all'abbigliamento maschile. Se il nero la fa da padrona nelle vesti femminili, qui è il bianco. Due colori non colori, l'uno che rimanda all'abnegazione di colore e l'altro che sembra voler sottolineare lo slancio dato alla figura maschile. 
Il thobe, questo il nome del tipico abito, è ricavato da un tessuto in cotone molto leggero e, soprattutto in estate, date le alte temperature, il bianco aiuta a riflettere il sole. In inverno il cotone è sostituito dalla lana, ma il modello è lo stesso.
E, nonostante sia possibile trovarne di già preconfezionati, la maggior parte vengono cuciti su misura, grazie agli abili sarti, le cui botteghe imperversano nei viottoli dei souq come nelle aree più lussuose dei griffatissimi centri commerciali.
Altro accessorio non secondario è il tipico copricapo: il guthra, composto di tre parti.
Innanzitutto il taqiyah, una sorta di cappello da preghiera musulmano, fatto di cotone intrecciato per facilitare la traspirazione. 
Poi l'agal, un cordone nero che serve a fissare il guthra e che ha antiche origini, poiché era la briglia per i cammelli.
Infine, il fazzoletto rosso a quadretti bianchi di forma rettangolare che viene posto a triangolo sulla testa, di modo che ricada sulla nuca per un lato e sulle spalle per gli altri due. Il suo scopo è proteggere la testa dai raggi solari ed eventualmente coprirsi il volto in caso di tempesta di sabbia. 

E soprattutto in estate è facile che vengano indossati dei sandali.

Eppure la veste maschile che più mi ha colpita è stato quando in aeroporto ho visto imbarcarsi dei pellegrini per la Mecca. L'hajji, il pellegrinaggio, significa letteralmente "dirigersi verso" e costituisce il quinto dei pilastri dell'Islam. Ogni fedele che ne abbia l'opportunità fisica ed economica, è obbligato a compierlo almeno una volta nella vita. In questa occasione, il fedele è chiamato ad indossare l'ahram. Gli uomini devono indossare due pezzi di stoffa privi di cuciture: l'izar intorno alla vita e il rida sulle spalle. I due pezzi che lo compongono sono simili al sudario.
Trovo bellissimo il senso di questa veste: è una prova di fratellanza e di uguaglianza, un invito all'unità, un'indicazione del fatto che l'essere umano è uscito da ogni abbellimento e legame mondano, e si presenta al cospetto di Dio nella sua purezza.
Di seguito un'immagine tratta dal web.



Concordo con il detto "l'abito non fa il monaco", ma qui è il caso di affermare che l'abito fa una cultura! Attraverso tessuti, colori, modelli e copricapo passa il messaggio di un'appartenenza ancestrale alla comunità musulmana.

mercoledì 3 agosto 2016

Burqini vs. bikini


Ed eccoci all'estate, al caldo cocente che richiama un po' tutti ad attenuare la sopportazione delle alte temperature su spiagge ventilate. Non solo, il mare è anche campo di libera denudazione, almeno per la nostra cultura. Oggi i tabù legati al pudore di coprirsi sono praticamente inesistenti, anzi c'è grande rispetto anche per chi sceglie di praticare il naturismo.  La concezione araba è appunto esattamente agli antipodi! Se una donna in bikini non scandalizza nessuno, nella cultura araba è fonte di abnegazione totale.
Prima ancora di arrivare in spiaggia, ci si accorge di tutto ciò camminando nelle corsie dei supermercati. Nello specifico, laddove vengono venduti gli accessori per bambini, quali braccioli, ciambelle, lettini e piscine gonfiabili. Le immagini che mostrano l'oggetto, essendo di manifattura non araba, mostrano delle donne in bikini, che vengono successivamente censurate prima che l'oggetto venga messo in vendita.
Cosa indossa quindi una donna araba che voglia nuotare? Il burqini, che vi mostro nelle foto di seguito, tratte navigando nella rete ed in questo caso indossati da manichini:
 

Occorre specificare che proprio in rispetto della divisione di genere applicata, non c'è alcuna abitudine di recarsi in spiaggia, non c'è alcuna abitudine di sottoporsi ad ore di sole per abbronzarsi, al più risulta piacevole nuotare e prevalentemente in piscina. Tutto ciò nonostante le acque del mare siano sicuramente più azzurre ed invitanti di alcune acque del nostro mare italiano. Quindi cosa indossare quando si va in piscina dipende molto spesso da una scelta individuale: può essere burqini e shorts, il solito lungo abaya, un top senza maniche e pantaloni larghi. Cosa diversa quando ci sono feste in piscina riservate a sole donne, dove ciascuna si può sentire libera di indossare anche solo il bikini e dedicarsi ad un'abbronzatura totale.
Possono anche esserci feste in cui vengono invitati sia uomini che donne, ma i tempi di fruizione della piscina vengono separati: pertanto le donne quando sono in piscina possono vestire ciò che preferiscono e gli uomini sono tenuti a rispettare questo momento con attività da svolgersi in casa e viceversa. Le donne, comunque, amano nuotare ed è per questo che molte ville sono dotate di piscine private.
Ovviamente anche gli hotel sono dotati di piscine esterne, ma solitamente le donne non vi si immergono, proprio per evitare di essere oggetto dello sguardo maschile. Preferiscono di gran lunga le piscine interne che garantiscono degli orari riservati alle sole donne nell'arco della giornata, con un controllo esterno da parte della security, affinché gli uomini siano impossibilitati ad entrare.
Quando vi ho parlato di compound, vi spiegavo che sono esattamente il "mondo rovesciato" all'interno dell'Arabia, dove non devono essere rispettate le leggi previste al di fuori. Lo ribadisco perché anche sulla questione burqini funzionano alla maniera occidentale. Quello che riporto di seguito è l'avvertimento, utilizzato all'interno di un compound, che vieta di indossare il burqini o l'abaya dentro la piscina comune nei giorni prefestivi e festivi.
 
Questo avvertimento, come è facile immaginare, è molto combattuto e controverso nella quotidianità dei fatti. Oggi i compound non sono abitati esclusivamente da occidentali, ma anche da famiglie arabe oppure originarie di altri paesi di cultura musulmana e questo significa che non sono portati a rispettare tale indicazione. Sono due punti di vista antitetici e poco concilianti. L'uno sostiene la mancanza di igiene ad utilizzare vestiti integralmente indossati all'interno di piscine comuni, gli altri sostengono il rispetto delle proprie indicazioni religiose.
Spesso mi chiedono cosa ne pensi e posso dire che il mio è un atteggiamento sempre di grande rispetto nei confronti delle scelte di vita altrui, posso dire che il mio occhio si è abituato ad osservare queste donne integralmente coperte nella maggioranza delle circostanze, ma posso anche dire che forse il mio cuore ancora fatica ad accettare...



martedì 19 luglio 2016

Expat in Saudi: una vita o forse due!

Sto trascorrendo l'estate in Italia, altra stravaganza di questa nuova scelta di vita. Accade che intorno agli inizi di giugno, quando il termometro comincia a superare i 40 gradi centigradi, la maggior parte delle donne espatriate tornino nei loro paesi di origine, eventualmente accompagnate dai figli. La motivazione climatica ha fatto sì che molte delle attività normalmente in essere non fossero disponibili nei mesi estivi. I compound diventano alquanto desolati e prevalentemente abitati dagli uomini che devono lavorare. 

Sono al mio secondo rientro e noto che le persone che incontro diano per scontato che della terra saudita non mi possa mancare nulla... Ma forse non è così... È un mood che ti entra dentro, difficile da spiegare e tutto da vivere. È ben rappresentato da questo video, che vi invito a vedere: https://youtu.be/Fx5HaTFgPB0
La bellissima musica di Buonvino sposata al sound delle parole arabe, le immagini di deserti, beduini, cammelli, di tramonti variopinti, di un grosso sole calante sulle onde del mare, dei pinnacoli delle moschee che svettano alti verso il cielo. E inoltre, una curiosità non ancora saziata di conoscere questa misteriosa cultura.

E allora capisci che è difficile spiegare cosa c'è in Saudi e pensi che, invece, sai tutto della tua terra, dei tuoi affetti, dimenticando di non esserci stato per del tempo. "Panta rei"... Ti accorgi di aver perso il fluire delle vite altrui. Il cambiamento non c'è solo spostandosi geograficamente in un luogo lontano, ma è di giorno in giorno, proprio quello che tu non hai vissuto e condiviso. Da un nipotino che comincia a fare discorsi che ti sorprendono, ad un amico che ha cambiato lavoro, un familiare che ha superato una malattia, a chi ha più profondamente rivisto il proprio modo di essere. Come piazzarti in questo intermezzo, in questo qui ed ora? Devi trovare la strada per ricreare un equilibrio di interazione! 
Dialogando con una cara amica le spiegavo questa sensazione di avere una vita sdoppiata e non solo logisticamente. Ma in fondo se alzo gli occhi al cielo posso vedere la stessa luna,
 
se guardo dalla finestra posso rimanere affascinata da un meraviglioso tramonto,
 
...le orme sono impresse su un unico cammino, quello che percorriamo nella nostra unica e preziosa vita!

giovedì 16 giugno 2016

Il senso del Ramadan

Come per le nostre festività, ci si scambiano gli auguri: "Ramadan Kareem!", significa ti auguro un "Che sia un Ramadan generoso!", poiché è il tempo della generosità e del ringraziamento per tutto ciò che si ha. "Ramadan Mubarak!" che è più celebrativo e significa "Congratulazioni, è Ramadan!" e vuole esprimere tutta l'eccitazione per le benedizioni che questa festa porterà con sé.

Eppure, nonostante questi ben auguranti saluti, come non meravigliarsi di fronte al fatto che i Musulmani rimangano a digiuno per un intero mese con il caldo impressionante delle giornate estive. E quando parlo di caldo, mi riferisco a temperature che in questi giorni sfiorano i 45 gradi centigradi!
Innanzitutto bisogna dire che il digiuno non è un'invenzione musulmana. E' una pratica spirituale comune a molte religioni. I musulmani digiunano durante il nono mese del calendario lunare. Sono chiamati ad astenersi dal mangiare, dal bere, dal fare sesso, dal parlare in modo scurrile e dal seguire cattive abitudini durante le ore del giorno, dall'alba al tramonto, e questo ogni giorno per un intero mese. Il periodo, dovendo seguire il calendario lunare, significa che cambia ogni anno.
E comunque il digiuno non  va visto come una forma di tortura. Coloro che sono troppo giovani, anziani, deboli, malati, donne incinta, in periodo di allattamento, o durante il ciclo mestruale, o coloro che viaggiano ne sono esentati.

Per i credenti è una manifestazione di fede. Durante il mese di Ramadan il musulmano digiuna totalmente dall’alba al tramonto da ogni tipo di assimilazione alimentare solida, liquida o gassosa, (quindi cibo, bevande, acqua compresa, integratori), si astiene dal fumare e dall’avere rapporti sessuali (anche non completi). Tale digiuno fisico (zahir), astenendosi dai piaceri del “ventre e del sesso”, rappresenta solo la prima di tre necessarie componenti. Le altre due sono quella mentale (concretizzata nell’astensione da cattivi pensieri e azioni, dall’evitare litigi, eccessi d’ira e calunnie, nell’aiutare i poveri, nel perdonare le offese, senza rispondere con lo stesso ego ricevuto) e da una componente spirituale (bathin), (che sviluppa il “ricordo” di Dio (Dhikr), sollevandolo dalle “preoccupazioni della vita terrena”).
 
In pratica, il tutto, si traduce in un corso di disciplina e self-control. Può richiedere una grande forza di volontà il non dissetarsi con un bel bicchiere di acqua ghiacciata durante una giornata caldissima, e decidere di attendere 16 ore prima di poter essere in grado di poterlo bere! Ma alla fine il gusto di quel bicchiere di acqua ghiacciata risulterà sublime! Si arriverà ad apprezzare ciascuna goccia di acqua, ciascun granello di cibo. E si apprenderà il senso di gratitudine!
 
Questa esperienza va moltiplicata per bilioni di persone che esperiscono questa pratica contemporaneamente. Immaginate centinaia di migliaia di persone, sedute davanti a del cibo senza mangiarlo, solo in attesa di sentire il segnale: il richiamo alla preghiera, l'unico che li rende autorizzati a mangiare e bere di nuovo, tutti insieme, in ogni parte del mondo.
 

Questo esercizio di rimandare una gratificazione produce un cambiamento nella propria vita. Implica che si incrementi fortemente la propria autodisciplina per astenersi dalle cose che si amano... e questo sforzo dovrebbe traslarsi più facilmente rispetto, poi, all'astenersi da tutto ciò che è negativo, da tutto ciò che è "haram" (letteralmente significa "proibito"), ovvero situazione o comportamento vietato dalla religione islamica. E' spesso difficile comprendere la filosofia che muove questa pratica. Ad esempio, se si è implicati in cattive relazioni, immersi in pessime abitudini, demotivati nel migliorare ed incapaci di cambiare questo scenario, cosa insegna il digiuno? Ti fa apprendere che puoi sentirti di nuovo capace di riprendere il controllo sulla tua vita, così sarà più facile trovare il percorso che ti permetterà di cambiare e raggiungere l'obiettivo.
Digiunare fa riprendere in mano il controllo delle proprie emozioni. Non si è più schiavi del proprio corpo e dei propri desideri. Si impara ad avere il controllo di se stessi e su se stessi. Sei tu a controllare loro e non loro a controllare te. E si diventerà in grado di decidere quando mangiare e quando fermarsi, quando soccombere e quando astenersi. Si diventerà liberi dalla dipendenza da caffè, zucchero, sigarette, ecc. Si potrà controllare la propria fame, le proprie paure, i propri pensieri ed emozioni, buone e cattive. E' un'efficace esercizio sulla propria forza di volontà.

Questa pratica è oltremodo salutare, è una forma di disintossicazione della mente e del corpo dalle tossine accumulate durante tutto l'anno. Quando lo stomaco e l'apparato digerente si prendono una pausa, mente e spirito si purificano. Contrariamente a quanto si possa immaginare, durante le ore di digiuno, si legge più chiaramente la propria interiorità, si riesce a pensare in modo più chiaro e profondo. Ed è più facile contemplare, analizzare e trovare soluzioni ad alcuni situazioni pressanti e complicate.

Il Ramadan è anche un'attività comunitaria per rafforzare obiettivi sociali, migliorare relazioni familiari e comunitarie. E' il momento in cui si creano gruppi di studio e di approfondimento, gruppi di volontariato e di beneficenza. Negli ultimi dieci giorni di questo periodo, le persone sono incoraggiate a trascorrere del tempo in solitudine per meditare, riflettere e studiare strategie per apportare dei cambiamenti nella propria vita. E' come se fosse una scuola di addestramento annuale per migliorare la propria vita e questo vale per un bilione di musulmani in tutto il mondo.

Quest'anno, altri leader religiosi mondiali hanno deciso di praticare il digiuno insieme ai musulmani per incoraggiare la pace, la comunicazione, la comprensione ed il rispetto per la diversità. Questo dovrebbe essere il vero spirito del Ramadan.

Mi raccontava la mia insegnante di inglese che in questo periodo dell'anno è pienissima di lavoro. Riceve, infatti, molte richieste per incrementare le proprie lezioni: i musulmani che sanno leggere il verso significato di questa festività lo vedono come opportunità per migliorarsi anche a livello di crescita culturale.

Che poi, il tutto si traduca in qualcosa di diverso, il motivo si deve rintracciare in uno storpiamento commerciale di queste festività, così come è avvenuto per noi con il Natale. Anche a causa dei messaggi mediatici, il Ramadan si è tradotto nel trascorrere la giornata stando il più possibile in ozio e dedicarsi a feste luculliane ricche di cibo durante le serate. Sfortunatamente, molti preservano la tradizione, ma ne dimenticano il vero significato.

A seguire alcune foto dello spirito festaiolo... addobbi di case,
il patio decorato delle abitazioni,
il buffet di un iftar, il pasto serale che rompe il digiuno quotidiano.

Il mio augurio è che questo sforzo attentivo, che si esplica nella figura dell'"impegno", possa non essere relegato all'interno, ma che la "porta dischiusa del cielo" possa essere conquistata anche dimostrando rispetto ed integrazione per persone di credo diverso!